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Nato a Tobbiana di Montale il 29 dicembre 1810 da
umile famiglia contadina e cresciuto alla scuola dello
zio paterno Francesco, abate di San Martino in Campo,
che ne curò la prima educazione, Atto Vannucci
fu posto, appena quindicenne, nel Seminario vescovile
di Pistoia, dove sotto la guida del pratese canonico
Giuseppe Silvestri, potè affinare le doti del
proprio intelletto e dare solide basi alla propria
cultura. Nel 1831 seguì il Maestro trasferito
nel collegio Cicognini di Prato e qui, appena ventitreenne,
iniziava il suo tirocinio di uomo di scuola assumendo
la Cattedra di Umanità e, più tardi,
nel 1840, quella di Cronologia e Storia Universale.
Così il giovane Vannucci, vissuto fin dalla
più tenera età tra uomini di chiesa,
finì per avviarsi egli stesso sulla via del
sacerdozio, intimamente convinto, ciò facendo,
di intraprendere una missione importante, attraverso
la quale egli pensava di poter concretamente contribuire
alla elevazione morale e materiale degli umili e dei
diseredati. Come insegnante esplicò una attività
molto intensa, intelligentemente volta allo svecchiamento
dei sorpassati sistemi di studio allora in atto nelle
Scuole di Umanità e partecipò attivamente,
insieme con il suo Maestro Silvestri e con gli amici
suoi e colleghi Giuseppe Arcangeli ed Enrico Bindi,
alle iniziative di potenziamento e rinnovamento dei
programmi di studio, che in breve volger di tempo
dovevano determinare la fortuna del già celebre
collegio pratese, che infatti, proprio in quel torno
di tempo, divenne un modello di efficienza didattica
e di vivacità culturale.
Atto Vannucci fu senza alcun dubbio il più
novatore tra i novatori Maestri del Cicognini, ma
fu anche il più fecondo di risultati e giustamente
Giuseppe Montanelli gli ascriveva il merito di avere
introdotto virilità di affetti civili nello
studio dei classici latini e di aver saputo dettare
frammenti di storia patria vividi d’antica freschezza.
Uomo di studio, delicato interprete di classici, Atto
Vannucci seppe tuttavia assumere le sue responsabilità
di cittadino nell’agitato triennio 1847/’49, allorchè
anche la Toscana fu chiamata a offrire il proprio
contributo alla causa nazionale. Con l’intento dichiarato
di dare un orientamento patriottico al clero toscano
per renderlo sensibile ai grandi ideali nazionali,
il Vannucci entrò a far parte fin dalla sua
istituzione nel giugno del ’47 della redazione dell’Alba,
giornale di professata fede democratica e popolare
di cui dal 10 febbraio 1848 assunse egli stesso la
direzione, che poi tenne fino al 23 marzo dello stesso
anno. Fautore del principio unitario e seguace delle
idee di Mazzini, fu tra i promotori in Toscana del
movimento patriottico risorgimentale. Nel febbraio
del 1849, nella fase cruciale della crisi toscana,
assunse insieme con Giuseppe Campani e Augusto Carradori
il governo di Prato su esplicito mandato del Guerrazzi,
e subito dopo fu inviato a Roma del Governo Provvisorio
con l’incarico di rafforzare i legami con le nuove
autorità rivoluzionarie e con l’intento di
promuovere la unificazione delle forze armate e salvaguardare
così la incolumità della patria comune.
Deposto a questo punto l’abito che vestiva, quell’abito
che con tanto slancio aveva indossato negli anni suoi
giovanili, fu subito dopo eletto deputato dell’Assemblea
uscita dalle elezioni a suffragio universale del 15
marzo, e vi si adoperò con impeto appassionato
in favore della proclamazione della repubblica e dell’unione
con Roma, investendo con parole di fuoco i pavidi
e gli incerti che di fatto ne ostacolavano la realizzazione.
Al momento del tracollo delle speranze italiane, Atto
Vannucci lasciò Firenze per Livorno, dove fu
tra i protagonisti dell’ultima disperata resistenza
contro gli austriaci per lasciare infine l’Italia
e incamminarsi sulla via dell’esilio diretto a Parigi,
ove per alcuni mesi, ebbe a compagno di sventura Giuseppe
Mazzoni. Proprio nei primi durissimi anni dell’esilio
parigino riprese vigore in lui il non mai sopito amore
per i classici latini e per il mondo romano in genere,
e passava così gran parte del suo tempo tra
i libri della Biblioteca Mazzarina, dove come egli
stesso amava dire, poteva seriamente leggere e scrivere
dei suoi antichi che tanto amava. In tale lavoro trovava
il massimo conforto riuscendo quasi a dimenticare
le umane miserie e si sentiva rinvigorire il cuore
e crescere la speranza al cospetto della gente fortissima
con cui gli capitava di imbattersi nelle sue letture.
In tale stato d’animo maturava e prendeva corpo la
sua opera più grande e celebrata, quella Storia
dell’Italia antica che ebbe la sua prima tormentata
edizione nel quinquennio 1851/’55.
Tormentato dal continuo cocente desiderio dell’Italia,
non riusciva a darsi pace e venne così gradatamente
maturando il proposito di un suo ritorno a Firenze,
dove, quasi nelle vesti del transfuga penitente, si
stabiliva infatti sin dai primi mesi del 1855. Qui
trovava fortunatamente l’affetto e la cordialità
degli uomini di cultura gravitanti intorno al Vieusseux
e riusciva così a reinserirsi gradatamente,
con il rango che gli competeva, nell’ambito a lui
più congeniale. Con i primi mesi del ’57 tornava
alla ribalta con un suo giornale, La rivista di Firenze,
fondato con il proposito di seguire in Italia e fuori
l’ingegno e il pensiero italiano, ma anche di appoggiare
la politica cavouriana delle annessioni e, in definitiva,
la soluzione piemontese del problema italiano, quella
soluzione che tanto aveva avversato negli anni dell’esilio,
ma che poi aveva finito per far propria nella meditata
convinzione che fosse la sola ad offrire uno sbocco
concreto al compimento del processo dell’unità
italiana. Eletto deputato di Pistoia all’Assemblea
Nazionale Toscana, sostenne con lucida coerenza tali
suoi nuovi orientamenti contribuendo a debellare le
risorgenti ambizioni autonomistiche. Contemporaneamente
si faceva sempre più incisiva la sua presenza
nel campo delle attività culturali, prima come
bibliotecario della Magliabechiana e poi come professore
di Letteratura Latina nell’istituto Superiore di Perfezionamento
di Firenze.
Eletto nel 1861 deputato di Firenze al Parlamento
Nazionale, accettò nel 1865 la nomina regia
a Senatore del regno ufficializzando con ciò
la sua definitiva conferma su di una posizione politica
che accettava senza riserve, anche se molto spesso
in modo estremamente critico, il nuovo assetto moderato
e monarchico che l’Italia si era dato. Il suo stato
di salute si era nel frattempo gravemente deteriorato:
afflitto da tormentose vertigini, quasi del tutto
cieco e progressivamente sempre più sordo,
pressochè immobilizzato sulla sua poltrona
appena emergente in mezzo a mucchi di libri affastellati
in gran disordine attorno a lui, già alla metà
degli anni settanta era ridotto ad un rudere dolente.
Fu la sua penosissima agonia, protrattasi per oltre
sei anni, nel corso dei quali la sua voce arrochita
e sempre più flebile si levò più
volte a dignitosamente invocare la morte liberatrice,
che venne finalmente il 9 giugno del 1883 a Firenze.
Atto Vannucci moriva non vecchissimo, ma i travagli
della sua vita movimentata e laboriosa ne avevano
precocemente logorato la non solidissima fibra. Per
sua volontà fu sepolto nel cimitero di San
Miniato al Monte, dove già riposavano gli amici
suoi diletti Pietro Giannone, Giuseppe Giusti e Giovanni
Frassi. Lasciò per testamento i suoi libri
al Collegio Cicognini di Prato, dove ancora si conservano
nella Biblioteca Vannucciana.
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