personaggi La città | personaggi | Arrigo del Rigo, pittore

Arrigo Del Rigo nasce a Prato il 14 giugno del 1908. All’età di dodici anni segue i genitori, di estrazione artigiana, a Corfù, dove rimane fino al 1921. E’ da questo periodo che datano le sue prime pitture di paesaggio, rivelatrici di una precoce sensibilità e conferme attendibili di quella passione per l’arte che già nella sua prima infanzia lo aveva distinto dai suoi coetanei. Tornato in Toscana, dopo un breve soggiorno a Venezia, si iscrive all’Istituto d’Arte di Porta Romana, dove insegna lo scultore Libero Andreotti e dove Del Rigo segue con profitto l’insegnamento del pittore Giovanni Costetti che “lo educa al gusto dell’impasto liquido e dell’asciutta, quasi secca fattura” (Parronchi). Sono gli anni 1922-25 a determinare la prima formazione di Del Rigo. L’influenza di Ardengo Soffici, conosciuto solo nel 1927, si farà sentire in alcune sue opere, corroborando l’educazione artistica impartitagli dalla scuola. Intanto matura la sua personalità esprimendosi in testi figurativi di natura paesaggistica timbrati di un accenno intimistico, quasi sognante, in una misura luministica contenuta, raccolta e sommessa, primi segni di un temperamento schivo, inteso a cogliere, più che la forma, l’atmosfera dei luoghi e delle cose. Già da quegli anni, però, Del Rigo è portato a fermare l’attenzione sulla figura umana, sul volto, letto con interesse introspettivo, una tensione psicologica entro i margini di un realismo di pretto stampo toscano. Del 1927 sono ritratti di saldo impianto nei quali vibra un accento di profonda interiorità. Valori plastici che tornano nei Paesaggi e nelle Nature morte dello stesso periodo, nelle quali si concentra un tono lirico, come un’aria di incantato realismo, di vago sapore bontempelliano. Sono gli anni del pieno “Novecento” di Bontempelli, del “Selvaggio” di Maccari, aperti l’uno sull’accento magico da conferire alla rappresentazione del quotidiano e l’altro sul culto della terra, fonte di sanità e poesia. Ma Del Rigo, se è figlio del suo tempo, ha già un suo carattere, alieno dal timbro celebrativo di un Soffici o di un Maccari, apologista della moralità esemplare del mondo contadino. Nessuna ombra di letterarietà sugli oggetti e i paesaggi, che recano impressa la matrice di una personalità ben definita nel suo intimismo lirico, di una volontà di partecipazione commossa e spontanea agli aspetti del reale. Dal 1927 l’ottica di Del Rigo spazia su un orizzonte più vasto nel panorama delle occasioni ispirative. Accanto ai ritratti, a paesaggi e alle nature morte, compaiono bozzetti ed episodi della vita minuta nel vario prisma delle sue manifestazioni. Del Rigo osserva l’esistenza come un osservatorio che è come il fulcro di una umana e divertita passione a seguire il gioco nobile della realtà: un gioco nel quale fino agli ultimi tempi della sua breve vita, egli versa in un’asciutta tenerezza di forme tutto il suo umore di uomo attento e mai distaccato, capace anche di giudicare e di conce dersi ad attimi di ironia, ma senza acredine o malizia. Gli episodi più comuni, le situazioni più ordinarie, nel loro accento di verità disarmata come nel lato più esposto al ridicolo, trovano in Del Rigo un celebratore senza enfasi, senza moralismi, con quel tanto di intuizione che permette di penetrare nelle cose, rilevandone il positivo con simpatia curiosa o il negativo con la felicità di una battuta figurata. Senza la giambica volontà della satura, come senza patetismi di maniera. Pochi e normali i fatti della vita di Del Rigo prima della tragica inaspettata fine. Nell’aprile del 1929 il giovane pittore entra nel servizio militare assegnato al 1° Reggimento Granatieri di base a Roma, a Riofreddo e a Parma. E’ un periodo di vita serena nel quale non mancano le soddisfazioni e il lavoro d’arte. Del Rigo stesso ce ne informa nelle sue lettere. “Come vi avevo detto - scrive da Parma in data 17 settembre 1929 - devo fare delle decorazioni per la casa del Granatiere con degli stemmi, figure e fregi. Un lavoro di soddisfazione... Si sta come papi. La città è simpatica e calma; mi ricorda anzi per questo lato la mia città di Prato dalle costruzioni semplici e serie, le piazze vaste e un fiume sassoso come il Bisenzio..” Finito il periodo di ferma, Del Rigo torna a Prato, in famiglia, ma lo aspettano contrarietà, incomprensioni e ostilità politica. Nel marzo del ’31, accusato di attività sovversiva, viene incarcerato; suoi compagni di carcere sono personalità del tempo: Fiorelli, Gallo, Tintori. Liberato non ritrova la serenità del periodo precedente. La preoccupazione per una sistemazione stabile e adeguata si aggiunge ai sospetti del regime che perseguita il gruppo di dissidenti. Tuttavia il lavoro dà ancora splendidi frutti: come quello stupendo “Ritratto del padre” (del 1931-32) che precede di poco la fine. Questa giunge tragicamente e inaspettatamente. Nella serata del 26 febbraio del 1932, Del Rigo si toglie la vita. Rievocandone succintamente la vicenda, Ardengo Soffici scriveva nel Frontespizio (Dicembre 1939) queste righe: “Il 26 febbraio del ’32 Del Rigo morì in un’aura di tragedia e di mistero. Così modesto e candido com’era, egli non fu forse sorretto nel momento fatale, dalla coscienza del proprio valore. La sua morte prematura privò i parenti di un figlio bene amato, gli amici di un compagno indimenticabile, l’arte italiana di una luminosa speranza”.


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