personaggi La città | personaggi | Giovanni Miniati e la sua Guida del 1594

La serie delle guide di Prato fu inaugurata nel 1594 da Giovanni Miniati, Cavaliere di S. Stefano, il quale volle dedicarla al “Serenissimo don Ferdinando de' Medici Granduca III di Toscana”. Questa guida ("Narrazione e Disegno della Terra di Prato", stampata a Firenze nel 1596), anche se non possiede particolari pregi artistici e letterari merita di essere ricordata per le interessanti notizie che essa fornisce sull’aspetto della città nel sedicesimo secolo, nonchè sugli usi e costumi dei pratesi dell’epoca. La narrazione non è priva di immediatezza, specialmente quando si sofferma a tratteggiare episodi di sapore locale che oggi non incontrerebbero i gusti della nostra gente. Dobbiamo innanzi tutto rendere atto al Miniati del grande amore che lo ha guidato nel parlare della sua città. Fin dalle prime pagine, infatti, si ha la chiara percezione di quanto affetto sia nel suo cuore, un affetto che supera il semplice attaccamento alla terra che gli ha dato i natali. “E’ tanto grande l’amore della patria, che si legge in molti autori essersi trovati infiniti che hanno esposta la propria vita per difenderla...”.E poi si aggiunge l’orgoglio del cronista nell’ascoltare le bellezze della città: “Fra le antiche e belle città d’Italia e di Toscana viene nominato spesso, dipoi, come per proverbio si dice, Prato in Toscana, Barletta in Puglia, e Monpellieri in Francia, Fabbriano nella Marca e Crema in Lombardia, tutte cinque queste sono delle belle e vaghe terre di tutto il mondo, dopo le città nomate, e non senza ragione, secondo s’intende per fama di molti, che l’hanno vedute e considerate...”.
E a sostegno delle sue affermazioni al Miniati cita molti autori, trai quali Fra Leandro Alberti Bolognese, nella descrizione d’Italia ristampata a Venezia nel 1581, e Faccio degli Uberti che nel suo “Dittamondo “ scrive: “Così cercando per quella pianura - Troviamo Prato che il Bisenzio bagna, - Dove si mostra la Sacra Cintura”. Più oltre ricorda Pandolfo Calenuccio che nel primo libro delle storie del Regno narra: “... e chi vede la Terra di Prato, la giudica degna di lode per la sua bellezza, polizia e civiltà, come intenderete”. E il reverendo padre Giacopo da Varagine dell’ordine dei Predicatori parla di Prato “quale si dice essere dè belli castelli del mondo, posto tra Firenze e Pistoia”. Il Miniati, dunque è un innamorato della sua città (oggi lo si definirebbe un campanilista) tanto da ricercare con diligenza, quasi con ostinazione, ogni opera che ne canti le lodi, che ne esalti i meriti o le bellezze. E’ l’epoca in cui è ancor vivo il ricordo del tragico sacco dato alla città, nel 1512, dagli spagnoli di Ramon De Cardona, che il Miniati annota come “cosa molto vituperosa e biasimevole”. Delle origini di Prato il Miniati dà una versione fantasiosa e poetica insieme. Egli narra che nei tempi antichi fiorì una città dal nome di un vago ruscello, accanto alle cui rive era stata edificata. Si chiamava “Bizzentia” e per la rara amenità del luogo e fertilità del paese, a nessun’ altra si poteva dire seconda. Ma ecco che l’esercito di Silla, dopo averla conquistata e saccheggiata, la ridusse in rovina.
Gli scampati non vollero riedificarla sul solito posto, dimostratosi così poco sicuro, e ne preferirono un altro più spazioso sulle rive dello stesso fiume, il Bisenzio. E la nuova città vollero chiamarla con un altro nome, Prato, che così bene si adattava al vasto fiorito terreno sul quale era sorta. Il Miniati si sofferma poi a parlare della Prepositura, nonchè della milizia o banda di soldati che “fanno bellissimo vedere” (500 fra archibusieri e moschettieri) comandati da Pompilio Sanese della nobile famiglia dè Petrucci, “cavaliere onoratissimo“. Il circuito della terra di Prato è di circa due miglia, delimitato da una bellissima e forte muraglia, con larghi e profondi fossi, cinque porte, otto fra baluardi e piattaforme, e un bel ponte di pietra rifatto nuovo l’anno 1575 perchè la piena lo aveva travolto. E qui il Miniati ricorda come questa piena avesse un tragico epilogo. Infatti molta gente si era recata sul ponte a vedere il fiume ingrossatosi paurosamente a causa della pioggia, e al momento del crollo trenta persone fra uomini e donne furono trascinate dalla furia delle acque e annegarono . Come ogni guida che si rispetti anche quella di Miniati descrive con dovizia di particolari i principali monumenti della città, i conventi (allora numerosissimi), le vie, le piazze. Della piazza del Mercatale così scrive: “Fra le grandissime, è grande la piazza del Mercatale perchè vi si fa il mercato e la fiera; perchè è grandissima si rassembra alla piazza Navona dell’antica Roma, ed alla piazza della serenissima Firenze, dove si gioca al calcio, detta Santa Croce, ma è molto maggiore assai e dell’una e dell’altra...”. Naturalmente il Miniati ricorda anche i personaggi illustri ed i benefattori della città, i magistrati, le pubbliche leggi, i costumi e le doti delle donne, le entrate del comune e delle varie congregazioni ed opere, gli ospedali, i ceppi di beneficenza, il monte di pietà.
La narrazione offre molte altre notizie interessanti, ricche di episodi e di riferimenti storici. Quelle che a noi sembrano più gustose, dato anche il carattere di questa breve illustrazione, si riferiscono ad alcuni giochi o passatempi per i quali i pratesi dell’epoca mostravano gran diletto . Il Miniati racconta che ogni anno per S.Romolo, il 6 di luglio, a ricordo della apparizione della Madonna delle Carceri, si correva il Palio dè Barberi. Si trattava di una corsa quasi rettilinea ed i cavalli percorrevano circa un miglio partendo da piazza S.Francesco e attraversando tutta la città.Data la pericolosità del percorso (assai più rischioso del palio fiorentino , e perciò più entusiasmante) quasi sempre la corsa veniva vinta più per fortuna che per virtù di cavalli e di cavalieri. Al vincitore si assegnava un palio di damasco rosso, assai prezioso, guarnito e ornato d’oro. In piazza del Duomo invece ogni anno si giuocava il Calcio in costume, per esercitare “la gioventù gagliarda a imitazione degli antichi “. Si giuocava per il piacere dei cittadini, con un pallone assai grosso, a suon di trombe e di tamburi per incitare i giocatori. Altrove, invece, a seconda delle ricorrenze, si faceva alle bastonate o si combatteva con i sassi (alla “sassaiola”, come ancor oggi si dice): sistema alquanto singolare per passare il tempo! In piazza S. Agostino sempre a quanto narra il Miniati, dopo gli esercizi spirituali i cittadini si dedicavano ad altri passatempi “onesti , giovevoli ed esemplari” come... il gioco della gatta.
Questo gioco “onesto e giovevole” consisteva nell’ammazzare una gatta col capo. Un grosso palo veniva fissato saldamente al suolo. Si prendeva poi una gatta e con due chiodi vi si conficcava per la pelle. Dopo un paio d’ore, per dar modo al popolo di radunarsi, i giovani competitori, con la barba e i capelli completamente rasi e le mani legate dietro la schiena, si lanciavano a suon di tromba contro la gatta “ dandogli capate e spinte sodissime al corpo e al petto per infrangerli il core, e lei con i graffi e morsi come non erano pratichi, li conciava male, che il popolo gangasciava dalle risa”.

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