personaggi La città | personaggi | Giuseppe Mazzoni, triumviro della Toscana

Avvocato e uomo politico di fede repubblicana, Giuseppe Mazzoni nacque a Prato il 16 dicembre 1808 da nobile famiglia. Iniziò i suoi studi sotto la guida del canonico Giuseppe Silvestri e li continuò a Pisa nel Collegio di S. Caterina. In questa città, nel locale Ateneo, conseguì la laurea in legge. Fino da giovanissimo studente fu molto sensibile all’appello patriottico lanciato agli italiani da Giuseppe Mazzini, il fondatore della Giovane Italia, verso il quale fu fortemente attratto anche negli anni seguenti, tutti caratterizzati da una intensa attività politica clandestina svolta essenzialmente a Firenze, ove fino dal 1831 intraprese la professione forense lavorando nello studio dell’avvocato Venturi, anche lui seguace della Giovane Italia e attivo cospiratore mazziniano. Chiamato a far parte nel 1835, insieme ad Atto Vannucci, della pratese Accademia degli Infecondi, svolse in un primo tempo una intensa attività di carattere filantropico-assistenziale per poi assumere sempre più qualificanti iniziative politiche, culminate nei sussulti patriottici del movimentato triennio 1847-1849 che lo videro instancabile protagonista sia a Prato che a Firenze. Promotore insieme con Piero Cironi della sezione pratese dell’Associazione Nazionale, fu subito a fianco di Atto Vannucci nell' istituzione de "L’ Alba", contribuendo attivamente con il suo impegno intelligente ed assiduo a sensibilizzare l’opinione del paese sui temi fondamentali della libertà e dell’indipendenza nazionale. Nel marzo del '48, fece parte di una colonna di volontari diretta inizialmente verso i campi lombardi e poi poco proficuamente impegnata a Modena per sostenere “l’incendio della rivoluzione”, scoppiato dopo la cacciata di Francesco V. Rientrato dopo la fine di aprile a Prato, divenne l’animatore instancabile del locale "Circolo del popolo". Un circolo nel quale, come annotava preoccupato Cesare Guasti, "si formava la ribellione tentando di indurre il popolo a non credere nella Camera e nel Principe”. Eletto Deputato al Consiglio Generale nelle elezioni del giugno del ’48, prese più volte la parola per promuovere il rinnovamento del Paese e la difesa dallo straniero, attaccando duramente al contempo l’azione equivoca del Governo e le ambigue manovre della maggioranza che lo sosteneva. Nell’ottobre dello stesso anno fu chiamato da Giuseppe Montanelli a reggere il Ministero di Grazia e Giustizia nel nuovo governo democratico costituitosi il 28 ottobre. "Con tale scelta - argomentava lo stesso Presidente del Consiglio - si era voluto qualificare il nuovo Gabinetto", essendo Mazzoni ben conosciuto ed apprezzato non solo per l’ ”assennatezza” ma anche per la sua “somma probità “ tra gli stessi “nemici politici”. Eletto ancora deputato nelle successive elezioni del 20 novembre, fu successivamente acclamato triumviro insieme con Montanelli e Guerrazzi subito dopo la fuga del Granduca (8 febbraio 1849) ed ebbe cosi la ventura di reggere le sorti della Toscana nel momento più critico della sua storia, fautore della difesa ad oltranza contro lo straniero invasore, promotore della Costituente per proclamare la Repubblica e attuare l’unione con Roma, espose appassionatamente le sue idee nelle infuocate sedute succedutesi in seno all’Assemblea uscita dalle elezioni del 13 marzo, quell’Assemblea eletta col suffragio universale proprio per dare un nuovo ordinamento alla Toscana, ma che poi, dopo aver affidato il 28 marzo nelle mani del Guerrazzi i pieni poteri, non ebbe la volontà e il coraggio di assumersi le responsabilità per le quali era stata eletta, rinunciando di fatto ad elaborare una propria chiara linea di condotta. Venuta la restaurazione del 12 aprile 1849, non restò a Mazzoni che l’alternativa della fuga: e fuggì infatti prima a Marsiglia e poi a Parigi, dove, insieme ad Atto Vannucci, condivise i primi durissimi mesi di un esilio destinato a protrarsi per ben dieci anni, prima a Parigi , dove lo raggiunse la condanna dell’ “ergastolo a vita” inflittagli al termine del clamoroso processo celebrato a Firenze contro i membri del decaduto governo provvisorio, per aver egli “ efficacemente cooperato... alla violenza fatta al Consiglio Generale ... abolite le Assemblee dello Stato, diffamato e calunniato il Principe... decretato le leggi per combattere con le armi i tentativi di restaurazione del Principato costituzionale “, e poi, negli ultimi mesi, a Madrid, ove aveva dovuto trasferirsi nella veste dimessa del precettore di un nobile rampollo di titolata famiglia madrilena. Nella prima lunga fase del suo esilio, quella di Parigi protrattasi dal 1849 al 1858, svolse un’intensa attività in seno alla emigrazione politica mantenendo inalterata la sua origianaria impostazione unitaria in fiera e talvolta aspra polemica con lo stesso Montanelli, senza peraltro rinunciare mai alla sua insopprimibile vocazione di intransigente oppositore alle tendenze centralistiche talvolta affioranti nel movimento mazziniano. Anche dopo i fatti dilaceranti di Milano del febbraio del’53, quando un coro di violentissime proteste si levò contro l’avventatezza di una iniziativa nella quale Mazzini si era avventurato, il patriota pratese seppe conservare il proprio equilibrio ponendosi come il polo di aggregazione di tutte le forze repubblicane, che , a suo avviso, dovevano mirare soprattutto alla salvaguardia dell’unità e dell’integrità del partito. Stanco e sfiduciato, si trasferiva nel settembre del ’58 a Madrid, dove doveva raggiungerlo la buona nuova degli avvenimenti toscani della fine di aprile ’59. Rientrato tra qualche perplessità in Toscana, ove moderati e conservatori eran tornati a farla da padroni, fu candidato democratico di Prato nelle elezioni del 7 agosto per la nuova Assemblea Nazionale, ottenendo una elezione plebiscitaria. Fu così tra coloro che, nella seduta del 16 agosto, ebbero la ventura di dichiarare la definitiva decadenza della dinastia austro-lorenese regnante in Toscana. Non ne volle invece sapere di unione al Piemonte e avversò fieramente la soluzione plebiscitaria imposta al Paese nella convinzione che si dovesse lasciare ai toscani l’opportunità di valutare le varie ipotesi che loro si proponevano attraverso le libere discussioni di un'Assemblea costituente, così come imponeva la logica della libertà. Incomincia da questo momento il difficile aspro confronto del triumviro pratese, al quale l’amore e l’ammirazione dei conterranei avevano nel frattempo meritatamente attribuito l’appellativo di Catone Toscano, con la nuova realtà che viene gradualmente maturando nel Paese, una realtà che si concretizza nella creazione di uno stato guidato dai moderati che, se ha realizzato l’unità, ha però ripudiato la libertà e la democrazia. Di qui il suo costante impegno di oppositore implacabile nelle varie fasi della sua azione politica come promotore di lotte operaie, come deputato, come Gran Maestro della Massoneria e come senatore. Di qui,in parte, l’oblio e la dimenticanza che hanno avvolto il suo nome nei decenni successivi e fino ai nostri giorni. Morì a Prato l’11 maggio 1880.

 

 

 


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