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Antonio Marini era nato a Prato il 27 maggio 1788
da Michele Marini e da Maria Domenica Lotti. Dopo
i primi insegnamenti in Prato presso la scuola di
disegno e di architettura con Luigi Nuti e Gaetano
Magherini nel 1808 frequenta l'Accademia di Firenze,
dove ha per maestri Pietro Ermini e Pietro Benvenuti.
Nel 1812 gli viene assegnato il premio per il disegno
di invenzione con un soggetto che rappresentava la
magnanimità di Scipione nelle Spagne. Tre anni
più tardi viene nuovamente premiato per un
bozzetto ad olio con Mercurio che addormenta Argo.
Nel 1816 si avvicina al concittadino Giuseppe Castagnoli
che nell'Accademia Fiorentina insegna ornato e prospettiva.
Da lui apprende l'arte dell'affresco iniziando con
varie decorazioni e figure, fino a quando verso il
1818 gli fu affidato l'incarico di dipingere la carrozza
granducale destinata alle grandi occasioni. Alcune
figure dipinte a chiaroscuro sul frontone della porta
di Palazzo Pitti lo fanno particolarmente apprezzare
e il principe Niccolò Estherazy lo invita a
Vienna ad affrescare una sala del suo palazzo. Questo
lavoro contribuì ad accrescere la sua fama.
A Vienna si impadronì dell'arte della litografia
e per primo la introdusse in Toscana. Nel 1822 affresca
due sale in Palazzo Martelli a Firenze, l'una con
Donatello nella sua bottega, l'altra con il Duca D'Angiò.
Accanto ai soggetti storici già di gusto romantico,
convivono quelli mitologici. A Poggio Imperiale dipinge
nello stesso anno Zeffiro e Flora, mentre in Palazzo
Pitti esegue una Pomona con un Putto ed una Minerva
volante nelle volte di due sale. I lavori grande prestigio
si susseguono; Marini affresca alcuni ambienti nel
Reale Istituto della Santissima Annunziata e nei palazzi
patrizi del Marchese Pucci e dei Giuntini a Firenze,
mentre , a Colle Val d'Elsa, decora il teatro e due
cappelle nel Duomo.
Nel 1830 è la sua città natale a vederlo
all'opera. Viene chiamato a ornare la volta, il siparietto
e i parapetrti dei palchi del teatro Metastasio progettato
da Luigi Cambray Digny. Sempre a Prato esegue lavori
nella casa di Gaetano Magnolfi ed in quella del canonico
Benassai, ed una pala con San Barnaba per la Cappella
dell'Ospedale. Dal 1832 al 1834 lavora a Livorno e
a Montecatini dove affresca la Chiesa dei Bagni. Nel
1847 esegue per la tribuna di Galileo alla Specola
i cartoni per il mosaico sul pavimento e per la basilica
di Santa Maria delle Carceri a Prato la tela per l'altare
maggiore con l'Apparizione di Maria. Negli anni 1858-59
affresca, sempre a Prato, la Chiesa di San Pier Forelli
e dipinge la tela con San Pietro che riceve le chiavi
per un altare. Riceve poi una commissione per il Cairo
di un quadro con i misteri del Rosario e, poco prima
della morte, nella Meridiana di Palazzo Pitti, affresca
quattro lunette con storie della vita di Torquato
Tasso. A fianco della sua attività di pittore,
si svolge di pari passo, intensa e partecipe quella
di restauratore. Innumerevoli gli interventi in questo
settore; Marini intervenne sugli affreschi del Ghirlandaio
nel Duomo di Pisa, gli affreschi di Agnolo Gaddi nella
Cappella del Sacro Cingolo e quelli di Filippo Lippi
nella Cattedrale di Prato, gli affreschi nel Duomo
di Firenze e nella loggia dello Spedale degli Innocenti
e gli affreschi nelle volte del Duomo di Lucca. Aveva
anche curato il recupero degli affreschi giotteschi
in Santa Croce a Firenze. Nel 1840 il Marini era stato
chiamato a riportare in luce gli affreschi che ornavano
la cappella del Podestà, dove Giotto aveva
ritratto con Brunetto Latini e Corso Donati, il suo
amico Dante Alighieri. Dopo molti tentativi finalmente
il 16 luglio così scriveva ad un suo illustre
concittadino: " Credo d'aver scoperto il ritratto
di Dante: sarebbe stata una delle più belle
teste, se fosse stata più conservata: bensì
potrà ritornar bene con poco restauro. Per
ora non ne parlo a nessuno; voglio prima che sia ben
pulita da tutto il bianco che v'è sopra. La
testa è in profilo, assai meno caricato di
quello che fin qui conosciamo. Ha un libro in mano,
e dall'altra un fiore, così svanito, che non
s'intende che fiore sia". E il 24: "Non
cade dubbio sul ritratto di Dante: tutti ne parlano
e tutti desiderano veder l'effige di quel grande.
Tutto il profilo è ben conservato, eccettuato
l'occhio, ov'è il buco d'un chiodo. Ieri fui
dal Granduca, che fu molto contento della scoperta.
Tutti sono riscaldati di questa cosa: ma seguirà
di questo, quel che segue di tante altre belle cose
di questo genere, cioè dimenticate". Ma
non fu così: giornalisti, scrittori, poeti
ne diffusero la notizia, ne perpetuarono la memoria.
"Il Giusti - riferisce il Guasti - domandò
alla musa stessa di Dante il verso più degno
per celebrar la scoperta". Antonio Marini muore
il 10 settembre 1861 ed è sepolto nel chiostro
di San Domenico a Prato. Giuseppe Marchini ne "Le
arti figurative in Prato" (Storia di Prato, 1981)
così lo ricorda: " Dapprima aderente ad
un neoclassicismo addolcito e brioso, quando opera
alla corte granducale (ma è chiamato anche
all'estero) è quindi rivolto in pieno ad un
purismo raffaellesco e peruginesco apprezzato anche
in campo internazionale di cui lascia vari esempi
a Prato: in una Madonna del Palazzo del Comune, nella
pala dell'altar maggiore nella Chiesa di S. Maria
delle Carceri, negli affreschi di S. Pier Forelli,
mentre il sipario ed il soffitto del Teatro Metastasio
risulatano oggi perduti. La sua moglie, Giulia Nuti,
pittrice di fiori, soleva aggiungerne ai suoi quadri
con un'esattezza da orto botanico..."
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