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I giornali di tutto il mondo dedicarono ampi servizi
alla morte di Curzio Malaparte avvenuta a Roma dopo
lunga e dolorosa malattia, il 19 luglio 1957. Malaparte
era nato a Prato, in via Magnolfi, il 9 giugno 1898.
A tredici anni inizia a frequentare il Cicognini,
il prestigioso collegio pratese dove aveva studiato
anche Gabriele d'Annunzio. L'annedotica, le testimonianze
e molte sue pagine autobiografiche, ci restituiscono
l'immagine di un ragazzo fantasioso e indipendente,
d'intelligenza curiosa e vivacissima. Proprio da qui
comincia la sua attività politica e letteraria: si
iscrive alla sezione giovanile del partito repubblicano
e fugge da casa per arruolarsi nella legione di Peppino
Garibaldi che difendeva nelle Ardenne la Francia occupata
dai tedeschi. Rientrato nel 1915 si arruola come volontario
nella guerra contro l’Austria. Dopo il conflitto mondiale
alla sua carriera di scrittore si affianca quella
giornalistica. All’età di 31 anni viene chiamato da
Giovanni Agnelli alla direzione della “Stampa”. Ma
a parte questi brevi cenni non è mia intenzione scrivere
una biografia del nostro illustre concittadino la
cui fama letteraria del resto è assai nota (basti
ricordare fra le sue opere principali “Italia barbara”,
“Tecnique du coup d’ètat” e poi “Fughe in prigione”
“Sangue” “Kaputt” “La pelle” “Maledetti toscani”).
Né voglio soffermarmi sui rapporti personali, di vera
e propria amicizia nonostante la differenza di età,
che per vari anni ho intrattenuto con Malaparte. Voglio
invece accennare ai contatti con lui avuti per la
collaborazione al giornale “Il Cittadino”, che a quel
tempo dirigevo con Anton Luigi Aiazzi. Nell’inviarmi
l’articolo “Orgoglio di Prato” (che pubblicai sul
primo numero di “Prato Storia e Arte”, nel 1960, la
rivista che ho fondato e diretto per trentacinque
anni) così mi scriveva il 15 maggio 1956: “Caro Bellandi,
come ti ho promesso oggi, martedi, ti spedisco l’articolo
e. a parte, le fotografie. Ti prego correggere bene
le bozze del mio articolo, perchè non vi si intrufolino
i soliti errori. E ti sarò grato se farai comporre
il pezzo in un corpo visibile o, come si dice, “nobile”.
Perdona la mia vanità di scrittore: c’è, in questo,
anche una punta di preoccupazione perchè tutto riesca
per il meglio. Ti ho telegrafato che va bene per sabato
alle 18. Ti comunicherò l’ora del mio arrivo a Firenze.
La sera stessa, purtroppo, dovrò ripartire per Venezia,
dove mi aspetta la grande attrice Maria Shell per
discutere la sua partecipazione al mio film “Il compagno
di viaggio”. Saluta tutti gli amici, caro Bellandi,
e accogli intanto la mia cordialità. Il tuo Malaparte”.
Oltre a me anche all’amico Pesucci aveva detto e scritto
che “Il Cittadino” non doveva mai cessare le pubblicazioni
e che egli sarebbe stato disposto a contribuire anche
materialmente alla vita del giornale. E ogni sua lettera
si concludeva come questa dell’ 8 giugno 1956: “...Ciao,
caro Bellandi, se avrò tempo ti manderò un pezzo per
“Il Cittadino”: ricordati che sono sempre pronto ad
aiutare il giornale anche finanziariamente”. E alle
parole seguivano i fatti. Una mattina che mi ero recato
a trovarlo al Gran Hotel di Firenze, mi chiese con
quali mezzi viveva il giornale ed alla mia risposta
che si tirava avanti con le vendite e i contributi
degli amici, egli volle darmi un assegno di 50.000
lire! “Il Cittadino” dovette affrontare più volte
penose polemiche contro chi aveva ingiustamente attaccato
e offeso Malaparte. L’ultima a poca distanza dalla
sua morte. E Curzio, che anche nel corso della sua
crudele malattia seguiva il nostro foglio, così mi
scriveva il 3 maggio 1957: “Caro Bellandi, ho ricevuto
e letto “Il Cittadino” e ti sono grato per quanto
hai scritto per me. Non so se risponderò nè quando
nè come, ma se risponderò sarò cortese ed umano, perché
è nella mia natura di non serbar rancore e di non
voler male a nessuno. Ho attraversato in questi giorni
una crisi molto dolorosa. Il prof. Frugoni che mi
ha in cura confida che io la supererò. E infatti,
sento io pure che il peggio è passato. Ma la mia sofferenza
sarà ancora lunga e triste e dovrò lottare contro
il male che mi tormenta. Scusami se non ti scrivo
più a lungo ma debbo dettare questa lettera ed anche
il dettare mi costa sforzo e fatica. Ti abbraccio
con tutti gli amici pratesi, confermandoti la mia
fedeltà all’amicizia. Il tuo Malaparte". Quando lo
rividi, dopo il suo ritorno dalla Cina nella clinica
romana “Sanatrix” dov’era ricoverato, mi fece sedere
accanto al letto. Dopo aver chiesto notizie degli
amici mi disse: “E “Il Cittadino” me lo hai portato?”
Si, glielo avevo portato, con il saluto affettuoso
degli amici e della sua Prato.
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