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Piero Cironi nacque a Prato l’11 gennaio 1819 da
famiglia agiata di antiche tradizioni. Il padre Clemente,
era proprietario terriero. Seguì i suoi primi studi
nella città natale, sotto la guida di Jacopo Martellini,
per poi concluderli a Pisa nel 1843 con il conseguimento
della laurea in scienze matematiche. Negli anni della
sua permanenza a Pisa, nella cui università si era
iscritto di malavoglia solo per secondare i desideri
paterni, svolse una intensa attività patriottica distinguendosi
tra i compagni per la fede repubblicana e la propaganda
rivoluzionaria. Questo periodo esercitò senza alcun
dubbio un peso non indifferente sulla formazione ideologica
del giovane pratese, che proprio nell’ambiente universitario
andò delineando i propri orientamenti di pensiero.
A Pisa infatti egli potè accostarsi alle concezioni
e allo spirito che il Romanticismo rivoluzionario
aveva in questi anni diffuso, alle dottrine del Saint
Simon, di cui fino dal 1832 Giuseppe Montanelli si
era fatto appassionato assertore. Non si può certo
dire che con questo tirocinio universitario il Cironi
abbia dato solide basi teoriche al suo pensiero, ma
è certo che attraverso di esso egli poneva le premesse
per la sua futura piena adesione al programma mazziniano.
Appena rientrato nella città natale, avviava una laboriosa
esperienza di solitaria meditazione e approfondimento
culturale che aveva il suo principale centro di interesse
nelle opere dell’Alfieri, al cui insegnamento sono
certo ispirate le sue prime formulazioni politiche.
Piero Cironi fu a fianco di Mazzini a Milano subito
dopo la conclusione del movimento popolare delle cinque
giornate, e lavorò più tardi a Roma,
come inviato del Circolo del Popolo di Firenze, con
l’intento di favorire la proclamazione della repubblica
e nella stessa Firenze come redattore de Il Popolano
a sostegno della causa democratica. La restaurazione
del 12 aprile non riuscì a smorzare questa
sua azione patriottica e fu così arrestato
e condannato a otto mesi di carcere che in parte scontò
nel Forte di Piombino. Ancora arrestato nel 1851 fu
posto nella condizione di abbandonare la Toscana.
Trasferitosi a Genova divenne animoso collaboratore
dell’Italia e Popolo,giornale mazziniano diretto da
Francesco Bartolommeo Savi, ma dopo i fatti del febbraio
milanese del 1853 dovette abbandonare l’Italia e cercare
un più sicuro rifugio in Svizzera, ove poi,
peregrinando tra Zurigo, Basilea, Lucerna,e Lugano,
dovette rimanere per oltre un triennio fatto di rinuncie
e tetra solitudine. Poteva tornare in Italia solo
nel 1857, in una sorta di volontario esilio nella
casa patena, nel corso del quale badò soprattutto
a raccogliere e ordinare la sua preziosa Bibliografia
di Giuseppe Mazzini.
Piero Cironi tornava pubblicamente in campo dopo la
pacifica rivoluzione del 27 aprile del 1859 assumendo
una posizione possibilista e aperta alla collaborazione
con le forze sinceramente nazionali, con l’intento
di convogliare tutte le energie possibili- in un clima
di ritrovata concordia- nella guerra nazionale contro
l’Austria e in favore di una immediata annessione
al Piemonte in vista di una soluzione unitaria del
problema italiano. Sono appunto di questo periodo
i suoi vivaci opuscoli della serie Unità italiana,notevoli
anche perchè costituiscono il primo esempio
di propaganda elettorale tra il popolo . Realizzata
finalmente l’ unità attraverso i plebisciti
del marzo del ’60, Piero Cironi riprendeva la sua
libertà di azione intraprendendo con rinnovato
vigore una intensa opera di propaganda repubblicana
specialmente attiva e feconda sulle colonne della
fiorentina Unità italiana, di cui dal primo
aprile assunse la direzione che tenne poi fino al
primo settembre successivo. Dal giornale appoggiò
con ogni mezzo Garibaldi e l’impresa garibaldina nel
Sud, sia istituendo comitati e lanciando sottoscrizioni,sia
alimentando con scritti appassionati il consenso popolare
intorno alla figura dell’Eroe dei due mondi. Fu quindi
animatore a Firenze e a Prato delle Società
Unitarie di chiara ispirazione mazziniana e venne
a trovarsi cosi al centro dei laceranti contrasti
allora insorti con gli esponenti dell’ala cosiddetta
radicale del gruppo democratico fiorentino facente
capo a Giuseppe Mazzoni, Giuseppe Dolfi e Antonio
Martinati, insieme ai quali, tuttavia, egli cooperò
attivamente per la costituzione della Fratellanza
Artigiana che, nei propositi dei suoi promotori, doveva
porsi in Italia come il primo nucleo del futuro movimento
operaio nazionale. Dello statuto della Società
Piero Cironi si occupò a lungo e fece anche
parte della commissione incaricata della sua revisione,
redigendo il rapporto conclusivo che ne analizzava
lucidamente la impostazione, illustrandone la natura
e gli scopi in uno scritto davvero significativo giudicato
ancora oggi “un ottimo documento del linguaggio democratico
“. Nella Fratellanza Piero Cironi vedeva soprattutto
lo sbocco democratico della Rivoluzione unitaria fondata
sul principio dell’associazione , che come egli stesso
diceva, “racchiude tutto l’avvenire delle moltitudini...
raccoglie tutti coloro che sudano nelle officine e
nei campi in uno stesso principio di amore fraterno”
. Fra le sue opere maggiori emerge “La stampa nazionale
italiana-1828/1860” pubblicata a Prato dalla Tipografia
Alberghetti nel 1862, con una lettera di Giuseppe
Mazzini inviatagli da Londra il 25 marzo dello stesso
anno. Questo saggio può considerarsi senz’altro
la prima storia del giornalismo democratico italiano.con
la morte”.
Rientrato infatti da una breve tresferta a la Spezia,
dove si era recato insieme con Jacopo Martellini per
rendere omaggio a Garibaldi reduce dalla disavventura
di Aspromonte, le sue condizioni si fecero estremamente
critiche e apparvero subito tali da non lasciare adito
alcuno a ragionevoli speranze. Pochi giorni appresso
, il primo dicembre 1862, Piero Cironi moriva a Prato
tra le braccia del Martellini. In mezzo alle lotte
ed ai contrasti degli ultimi agitatissimi anni, lo
stato di salute di Piero Cironi, già minato
da una grave forma di insufficienza cardiaca, andò
progressivamente peggiorando. Gli ultimi avvenimenti
, ed in particolare il disastro di Aspromonte , gli
fornirono ampia materia per nuovi contrasti con la
classe politica che le rivoluzioni nazionali avevano
portato alla guida del paese, alimentando in lui,
al contempo, un nuovo ardente desiderio di lotta.
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