|
“Era questa di Savignano una delle 45 ville della
Comunità di Prato celebre se non altro per
essere patria di un chiarissimo pittore del secolo
XVI (Fra Bartolomeo della Porta ) e di insigne scultore
vivente, (Lorenzo di Liborio Bartolini nato in Savignano
li 11 gennaio del 1777). La parrocchia dei SS. Andrea
e Donato nel 1833 noverava 120 abitanti”. Così
il Repetti nel suo Dizionario Geografico Storico della
Toscana ( pubblicato nel 1843) ricorda come questo
piccolo borgo della Valle del Bisenzio abbia dato
i natali a due grandi artisti. Vissuti in epoche diverse,
entrambi hanno lasciato profonde tracce nel mondo
dell’arte. Lorenzo Bartolini nacque il 7 gennaio (e
non l’11 come afferma il Repetti) 1777. A dodici anni
entrò all’Accademia di Belle Arti di Firenze,
ma gran parte della sua formazione artistica la dovette
allo scultore trentino Giovanni Insom. Per procurarsi
i mezzi per studiare lavorò a Volterra in botteghe
di alabastro ed in quel periodo un particolare fascino
esercitarono su di lui i disegni neoclassici del Flaxman.
A soli vent’anni riuscì a recarsi a Parigi;
frequentando la scuola del David e quella dello scultore
F.F. Lemot strinse legami di amicizia con Ingres e
con Fètis. Al concorso del Prix de Rome del
1802 vinse il secondo premio con un bassorilievo raffigurante
Clobi e Bitone. Il direttore generale dei musei, Denon,
gli affidò l’incarico di un busto di Napoleone
e del bassorilievo della Battaglia di Austerlitz per
la colonna Vendome. Altri busti furono da lui eseguiti
durante il suo soggiorno a Parigi.
Il ritorno allo studio della natura e alla grande
tradizione del Rinascimento italiano costituivano
per il Bartolini, benchè avesse frequentato
la scuola del David, i fattori indispensabili perchè,
in quei tempi, il valore dell’arte, e in particolar
modo quelli della scultura, trovassero la via della
loro salvezza. Ed egli potè svolgere tutto
un programma improntato a principi di decisa reazione
al classicismo , che da tempo erano maturati nella
sua personalità d’artista. Nel 1808 fu chiamato
da Elisa Baciocchi ad insegnare scultura nell’Accademia
di Carrara, dove si creò un notevole ascendente
nei suoi numerosi discepoli. Fra le tante opere portate
a termine in questa epoca, sono un gruppo di Elisa
Baciocchi con la figlia, due loro busti e quello del
principe Felice (oggi a Versailles). Nel 1814 si recò
nell’isola d’Elba a rendere visita a Napoleone, dopo
di che si stabilì a Firenze, dove trascorse
gli ultimi anni della sua vita. A causa però
delle sue idee innovatrici e del suo spirito bonapartista
incontrò tale ostilità in mezzo ai fiorentini
che dovette dedicarsi nuovamente all’industria dell’alabastro,
fino a quando da parte di estimatori stranieri ricevette
le commissioni di un busto di Byron e di un pourtalès,
L’Ammostatore, che segnò decisamente il ritorno
al Quattrocento fiorentino. E’ così che il
Bartolini si procurò una rinnovata stima, per
cui non tardarono a giungergli molteplici ordinazioni.
In questo periodo l’arte bartoliniana aveva la parte
migliore del suo sviluppo.
Nel 1824 veniva posto termine alla Carità Educatrice
della Galleria Palatina di Firenze: in tale opera
alla severità monumentale, ancora classicheggiante,
si unisce l’espressione del ricordo degli spiriti
e delle forme del Quattrocento non disgiunte da un
intento politico morale, che il Giordani ravvisò
in pieno, e dal quale il Bartolini si distaccò
in opere successive. Nel 1836 terminò la Fiducia
in Dio del Museo Poldi Pezzoli di Milano ( gesso originale
nella Galleria Comunale di Prato), celebrata dal Giusti
nel famoso sonetto e da cui si discosta in maniera
evidente ogni forma di classicismo sia pure larvato.
A distanza di poco tempo, tornando con chiarezza di
intendimenti all’architettura tombale del Rinascimento,
realizzava la tomba della contessa Sofia Zamojska,
in S.Croce a Firenze. Veniva concepito intanto il
grandioso monumento a Niccolò Demidoff : solo
dopo la morte dello statuario , però, si riuscì
a metterlo insieme, completandolo anche nei singoli
gruppi. Nel 1839 il Bartolini aveva finalmente ottenuto
l’insegnamento all’Accademia di Belle Arti, che quattordici
anni prima gli era stato negato. Il Bartolini non
esitò ad attaccar battaglia contro i classicisti,
offrendo per soggetto ai suoi discepoli Esopo che
medita le proprie favole e osando porre sul banco
del modello un gobbo in carne ed ossa. Ne nacquero
uno scandalo e una polemica, nel corso della quale
lo statuario pratese ebbe modo di esporre le sue teorie
artistiche. Nel 1840 , mentre la sua fama aumentava
sempre più, gli veniva assegnata la Legion
d'onore ed era accolto come membro aggregato all'Istituto
di Parigi. Classica fu la concezione del monumento
al conte A.A. Neippeng, nella Steccata di Parma, eseguito
tra il 1840 e il 1841.
Furono neoclassiche la Ninfa dello Scorpione (1845)
e la Ninfa del deserto, ultimata poi dal Duprè
per il marchese Ala Ponzone di Cremona. Classico,
quasi a gara con l'Ercole e Licia canoviano,il gruppo
di Pirro che scaglia Astianatte, mentre Andromaca,
la più bella figura del gruppo, cade tramortita
a terra, modellato per il conte Poldi Pezzoli di Milano.Dove
si nota però l'allontanamento del Bartolini
dal classicismo accademico per riattaccarsi alla tradizione
quattrocentesca è nella Beatrice Donati (1845)
pretesto per modellare un piccolo nudo di fanciulla,
e nella statua del Machiavelli (1846) per il loggiato
degli Uffizi. A Roma, dove egli si recò nel
1847 per modellare il busto di Pio IX, gli furono
tributate accoglienze trionfali. A Firenze poi riprese
i lavori iniziati, finchè una malattia di soli
cinque giorni lo toglieva alla sua assidua opera di
artista, il 20 gennaio 1850, all'età di settantatrè
anni. Al principio dell' Ottocento il Bartolini sembra
reincarnare una delle più complesse figure
del Rinascimento toscano. Fuor delle formule accademiche,
nel periodo più fortunato della sua arte, egli
concepiva e ricercava la bellezza ed assimilava ogni
ispirazione con la potenza dello stile, scegliendo
del naturale ciò che più e meglio corrispondeva
alle sue concezioni d'arte.
|