Francesco
di Marco Datini, dopo un lungo peregrinare dovuto alla
sua attività mercantile, decise di fermarsi nella
sua città natale e di costruirvi una casa degna
della posizione sociale raggiunta. Già nel 1358
aveva dato incarico di comprare un casolare fornito
di terra che si trovava "in sul canto del Porcellatico".
Ma è solo nel 1383, quando Datini si stabilisce
definitivamente a Prato, che prendono avvio i lavori.
La casa doveva essere luogo di rappresentanza, fondaco
e abitazione. Datini segue da vicino i lavori di costruzione,
con una presenza e assiduità quasi maniacali,
come ci descrivono le fonti. La vecchia costruzione
venne incorporata nella nuova. La compattezza volumetrica
dell'edificio pensato dal Datini, è andata oggi
perduta con la costruzione della loggia cinquecentesca
al piano superiore e l'apertura delle finestre in epoca
barocca ai piani inferiori. La casa era fornita di un
giardino, oggi perduto, e di un cortile con un pozzo
sul quale si affacciava una loggia, nel gusto e nello
stile dell'epoca, di cui palazzo Davanzati a Firenze
può essere un esempio.
Il rivestimento esterno a intonaco sostituisce il laterizio
a vista e anch'esso rientra in un gusto di trapasso
dal Medioevo al primo Rinascimento. Per volontà
di Datini, la casa venne interamente decorata ad affresco
al suo interno. Tutt'oggi possiamo vedere un "San
Cristoforo”, simbolo di buona ventura, posto ai piedi
della scala, un “Cristo benedicente", sempre all'ingresso,
altre figure allegoriche poste nel cortile, opere generalmente
attribuite a Niccolò di Pietro Cerini. Ma le
decorazioni non si fermavano a tali figurazioni. Motivi
geometrici, gigli su campo azzurro, elementi vegetali
ricoprivano le volte o intere sale. Tutto concorreva
a nobilitare il proprietario. Morto nel 1410 Datini,
come da testamento, lasciava la casa e i suoi beni ai
fanciulli bisognosi, probabilmente in ricordo della
sua infanzia: egli era infatti orfano di padre e madre,
deceduti durante la peste nera del 1348. La fondazione
prese il nome di Ceppo Nuovo per distinguerla da quella
precedentemente istituita da Monte Pugliesi e denominata,
appunto, Ceppo Vecchio. Amministrato dal Comune, all'indomani
della morte del Datini, il Ceppo dei poveri commissionò
ai pittori Niccolò di Pietro Cerini, Ambrogio
di Baldese, Tommaso dei Mazza e vari aiutanti, la decorazione
esterna del palazzo, che prevedeva la narrazione in
sedici storie dei fatti più salienti della vita
di Francesco di Marco Datini. Oggi rimane ben poco degli
affreschi originali; già agli inizi di questo
secolo il pittore pratese Giuseppe Catani Chiti si adoperava
ad un restauro interpretativo degli affreschi stessi
(i cui bozzetti sono oggi conservati presso la Cassa
di Risparmio di Prato). Oggi il palazzo Datini è
sede di esposizioni temporanee ai piani inferiori, mentre
in quelli superiori troviamo l'archivio di Stato che
ospita fra l'altro il fondo di grande interesse storico
lasciato da Datini stesso.
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